venerdì 21 settembre 2018

Wilderness


Il concetto di Wilderness
una nuova esigenza di conservazione 
delle aree e delle risorse naturali.

“La natura selvaggia è sia una condizione geografica 
che uno stato d’animo”

“La conservazione della natura selvaggia per il valore in sé 
e per una visione ecocentrica ed  olistica”

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“In ogni luogo ci vorrebbe un posto, così, lasciato incolto” (Cesare Pavese).

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso” (Franco Zunino).

Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a sé stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita. Scrive Aldo Leopold (1949): “ La wilderness è una risorsa che può diminuire ma mai aumentare. Le distruzioni possono essere bloccate o limitate in maniera tale da rendere un’area ancora fruibile per la ricreazione, o per la scienza, o per la fauna, ma la creazione di nuova wilderness nel vero senso della parola è impossibile. Ne consegue, allora, che ogni programma di conservazione che riguardi la Wilderness è un’azione difensiva, mediante la quale la sua degradazione può essere ridotta al minimo....
La capacità di comprendere il valore culturale della Wilderness sta divenendo in ultima analisi una questione di umiltà intellettuale. Il presuntuoso pensiero dell’uomo moderno si è distaccato dalle sue radici con la terra, e sostiene di avere già scoperto cosa è importante; è chi ciancia di imperi, politici o economici, che resterà indietro di migliaia di anni....”.
Ma vediamo ora di spiegare qual é l'essenza del “concetto di wilderness”, vediamo perché esso è da considerarsi una vera e propria filosofia da cui si genera il pensiero protezionista e, in via più generale, la concezione stessa della vita. Riportiamo integralmente le lodevoli parole di Franco Zunino fondatore, come detto, dell’Associazione Italiana per la Wilderness. 
“Lo sviluppo sociale in continua evoluzione sta alterando ogni angolo della nostra terra, e anche le aree veramente selvagge rimaste tali per casualità o in quanto fino ad oggi prive di interessi economici o non utilizzabili a questo scopo, vengono ormai giornalmente intaccate da sempre nuove iniziative a loro danno, senza che mai le giustificazioni economiche ad una loro alterazione siano considerate in second’ordine a quelle spirituali, definendo tali, per brevità, tutte quelle esigenze per cui ovunque nel mondo si protegge la natura.
Le poche aree senza strade e moderne costruzioni rimaste vengono considerate ‘terra di conquista’ dalla civiltà, e gli uffici preposti alla pianificazione del territorio e al suo uso vi programmano sempre nuove forme di sfruttamento anziché preservarle nel loro stato naturale come rarità ecologiche quali esse sono, e anche come Eden per i bisogni emotivi dell’individuo. Nessuno nei contesti sociali locali sembra più amare la propria terra, il paesaggio in cui è nato! Anche l’uso ricreativo dell’ambiente da parte dei cittadini si sta rivelando, specie nei Parchi Nazionali, un’ultima frontiera della conquista dell’uomo, in quanto un eccessivo uso in tal senso rischia di trasformarsi in un danno più sottile e strisciante, meno appariscente di una strada o di un residence, meno fastidioso della caccia sul piano morale, ma altrettando dannoso e deteriorante di tutto quanto di fisico e di psichico è racchiuso nella definizione di natura selvaggia, cioè di ‘Wilderness’ così come è intesa nella cultura anglosassone.
Wilderness è un termine che può suonare oscuro al profano, ma il cui significato intrinseco va ben al di là della sua letterale traduzione, esso definisce infatti anche i dettami di una filosofia specifica, che è scaturita da esigenze umane sia di godimento emotivo nel contatto con la natura selvaggia che di conservazione di quei territori naturali dove queste esigenze possono esprimersi.
Il 'Concetto di Wilderness’ altro non è che la definizione di questa filosofia; una filosofia che vede nel rapporto uomo-natura un rispetto reciproco che privilegia la natura nei casi di conflittualità di interessi; una filosofia alla cui base c’è veramente l’idea di dare corpo a patrimoni ambientali da lasciare alla posterità, investendo le nostre generazioni della loro responsabilità in questo senso, cioè di decidere oggi il limite massimo oltre il quale l’uomo e le sue suggestioni non devono più andare, per lasciare un perenne spazio alla natura e alle sue creature selvagge.
.......Dobbiamo preparare l’opinione pubblica di oggi e quella di domani a comprendere l’esigenza spirituale delle nostre e delle future generazioni di godere anche solo del fatto di sapere che esistono ancora luoghi lontani, nel senso di ampi e selvaggi; luoghi dove la natura è lasciata a sé stessa come agli albori della vita sulla terra, e con garanzie durature di una loro preservazione nel tempo che li sottragga all’evoluzione della civiltà........
Le Associazioni di protezione della natura hanno troppo spesso ignorato le esigenze puramente spirituali legate al rapporto uomo-natura, e così quegli impatti sulla natura da parte dell’uomo che, soddisfacendo bisogni puramente materiali di sviluppo sociale o di ricreazione meramente fisica, ne impediscono la loro espressione; esse hanno sottovalutato la potenziale forza distruttrice della spirale economica della nostra civiltà nelle sue sfumature più insidiose, così come quelle delle necessità dell’uomo come individuo. Non sono poche le volte che queste Associazioni hanno espresso consensi favorevoli a certe attività, troppo superficialmente credute educative o necessarie e quindi compatibili con le motivazioni della conservazione in quanto sviluppate da chi gestisce aree protette o divulgate e promosse con l’intento di migliorare il rapporto con la natura da chi in realtà mira ad indiretti interessi economici (es. campeggio, escursionismo, caccia fotografica, artifici di gestione faunistica, quando non realizzazioni di rifugi, strade e altre strutture ‘indispensabili’), che viste in un’ottica diversa sono di fatto l’embrione di guasti che minano alla base proprio quello che è il ‘Concetto di Wilderness’. Per una mancanza di previdenza corriamo il rischio di essere noi protezionisti che nei casi più delicati inneschiamo, senza potere di controllo, processi un giorno difficilmente arginabili (e la storia della conservazione insegna, per chi vuole imparare!), aiutati in questo dalla collaborazione compatta dei mass-media, per lo più favorevoli ai discorsi economici che stanno dietro alle sempre nuove giustificazioni che permettono all’’effetto uomo’ di incancrenirsi sempre più in profondità negli ambienti naturali.
Verrà un giorno in cui anche le visite ai Parchi dovranno essere programmate, e limitati saranno gli artifici per godere della natura con le immancabili facilitazioni, oggi più che mai in auge (e dietro ai quali sta sempre la spirale economica): di questo passo banalizzeremo anche i luoghi più selvaggi, remoti ed impervi della terra!
Certe aree naturali vanno salvate solo perché hanno diritto di continuare a perdurare nel tempo così come sono giunte a noi, modificate solo dalla lenta evoluzione delle forze della natura o da quelle primitive dell’uomo, e quindi non perché siano ‘usate’ dall’uomo di oggi come centri di produzione economica o di sfogo ricreativo, cioè in senso materiale stretto. Esse devono esistere invece per loro stesse; la natura va salvata in queste aree più selvagge solo per la fauna e per la flora, che vi si devono sviluppare in completa armonia. In questi luoghi l’uomo deve porsi dei limiti precisi oltre i quali di principio non permettere più ogni ulteriore e pur minimo intervento modificatore o realizzazioni artificiose, e deve avere poi la forza e la volontà di tirarsi indietro anche come visitatore non appena la sua presenza tende a modificarne lo stato fisico, o anche quello psichico del visitatore stesso, che deve sempre godervi le sensazioni di un rapporto di solitudine con la natura selvaggia.
Certo, questa è una scelta difficile, ma è l’unica seria alternativa da opporre alla paurosa antropizzazione del paesaggio che quotidianamente ci circonda e alla vandalizzazione degli ambienti naturali che facciamo quando ci trasformiamo in turisti estivi o domenicali........è giunto il momento di fare questa scelta di ‘utilizzo-non utilizzo’ per le zone più selvagge.......Se non lo faremo oggi per mancanza di coraggio politico sarà troppo tardi per le generazioni future. Qualsiasi altra decisione volessimo prendere a loro salvaguardia fisica o anche dei valori spirituali che esse, così, racchiudono e rappresentano, sarà un palliativo che servirà solo ad evitare alle nostre generazioni la responsabilità di una scelta che si sa difficile e impopolare.....”
Thoreau osservò che “nella wilderness è la salvezza del mondo”, e si disse convinto che una natura selvaggia aiuta a conoscere meglio noi stessi, a migliorarci e a migliorare la società in cui viviamo. Il solo pensiero che un’area possa rimanere wilderness, ossia selvaggia “forever”, affrancandosi dalla presenza dell’uomo conquistatore e assoggettatore, colpisce profondamente la sensibilità di una persona che abbia una propria vita spirituale. Come abbiamo già sottolineato, il concetto di Widerness non riguarda solo lo spazio fisico di un territorio ma concerne anche l’emotività interiore da cui l’uomo, solo di fronte alla natura selvaggia, può essere preso. La filosofia wilderness può quindi riassumersi in una frase “ La natura selvaggia è sia una condizione geografica che uno stato d’animo”.
Scrive Salvatore Veca (1986): “ la natura non è una pseudo-persona verso cui gli esseri umani siano responsabili: lo siamo nei suoi confronti per il semplice fatto che le nostre azioni causano alterazioni della biosfera e non possiamo più, o meglio, non dobbiamo più essere i predatori della biosfera. Ovviamente, noi facciamo parte della natura, senza disporre di un controllo totale di essa (non siamo responsabili della sua esistenza), e tuttavia differiamo in alcuni aspetti essenziali da altri elementi costituenti della natura. A differenza delle altre specie, sembra che noi possiamo cambiare - migliorare o peggiorare - gli effetti delle nostre azioni sulla natura: questa responsabilità causale genera una responsabilità morale....”.
A corollario di quanto osservato in merito alla protezione della natura secondo la filosofia wilderness, ci sia consentito di formulare una riflessione di tipo provocatorio: se qualcuno proponesse di distruggere una grande opera d’arte, un museo o una preziosa chiesa romanica verrebbe certamente considerato un folle, ma paradossalmente non è considerato folle chi decide di distruggere un bosco secolare per far passare un'autostrada o per realizzare un impianto sportivo d'alta montagna, con tutti i danni ambientali che quelle opere comportano.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura perché è l’uomo che la distrugge ed è suo compito quindi tutelarla, a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di una semplice componente del materialismo dialettico, a cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l'ambiente naturale: solo questo potrebbe essere in chiave ironica l'essenza della filosofia antropocentrica.
Gary Snyder (1992) annota magistralmente: “Thoreau dice: ‘Give me a wildness no civilization can endure’ (datemi un mondo selvatico che nessuna civiltà possa tollerare). Una cosa del genere non è difficile da concepire. Più difficile è immaginare una civiltà che il mondo selvatico possa tollerare. Eppure questo è precisamente quello che dobbiamo cercare di fare. Wildness non significa semplicemente conservare il mondo; wildness è il mondo. Da lungo tempo le civiltà orientali e occidentali sono in rotta di collisione con la natura selvatica e oggi in particolare i paesi industrializzati hanno il dissennato potere di distruggere non solo singole creature, ma intere specie, interi processi della terra. Abbiamo bisogno di una civiltà capace di convivere pienamente e creativamente con il mondo selvatico, con l’essere selvaggio..... La wilderness è un luogo dove il potenziale selvaggio è pienamente espresso, dove una varietà di esseri, viventi e non, si manifestano secondo il loro ordine interno..... Wilderness vuol dire totalità, interezza. Gli esseri umani emergono da quella totalità; e l’idea di riaffermare la nostra partecipazione all’assemblea di tutti gli esseri non è affatto un pensiero regressivo”.
Scrive ancora Zunino: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso.
Invece, la maggioranza di quelli che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa (naturalisti, alpinisti, escursionisti, cacciatori, ecc.), raramente si pongono problemi di rinuncia ai propri piaceri per rispetto alle sue esigenze......... In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori dannosi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura.......'c'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che ne traggono attraverso l'uso'. E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande maggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore....".
Scrive ancora Zunino e completa il discorso: "Il Wilderness Concept è quella ipotetica barriera invisibile ma invalicabile contro le pressioni delle esigenze economiche, e quindi di sviluppo, della società umana, posta dall'uomo stesso a difesa della natura, o meglio a garanzia della sua perpetuità. In pratica una premeditata rinuncia dei diritti dell'uomo per garantire quelli della natura. Questa barriera è stata codificata per la prima volta al mondo nel 1964 con una legge speciale del Congresso americano. I territori delimitati da questa barriera legislativa sono per sempre e per principio tutelati contro ogni progetto di modifica al loro stato ambientale.
Oggi è il momento di cominciare seriamente a batterci affinché in tutto il mondo venga applicato questo concetto conservazionistico.
Salvare il salvabile delle ultime terre selvagge della Terra è una priorità indifferibile; abbiamo troppi esempi di luoghi selvaggi andati persi nel volgere di pochi anni perché ritenuti enormi o inattaccabili per assenza o scarsità di risorse o per la difficoltà di operarvi imprese redditizie. E' invece bastato poco perché il lento erodere di terre ai grandi spazi selvaggi si sia evoluto con un crescendo esponenziale vertiginoso (l'Amazzonia è l'esempio più attuale) in conseguenza a sviluppi socio-economici impensabili solo pochi anni fa; e così è stato per le risorse naturali scoperte in luoghi impensabili, risorse di qualità ed in quantità, la cui richiesta ha raggiunto i vertici sui mercati mondiali (petrolio, uranio, gas, ecc.): e qui insegna l'Antartide, ritenuto una landa sterile e desolata e ora scoperto come inesauribile miniera di ricchezze per il mondo intero! E' così pure i luoghi ritenuti inavvicinabili per le difficoltà tecniche di aprirvi vie di penetrazione: le scienze ingegneristiche nell'ultimo decennio hanno praticamente risolto ogni problema tecnico: ormai è solo questione di soldi. Se si vuole fare arrivare la civiltà mediante strade, dighe e costruzioni d'ogni natura non c'è più barriera naturale che riesca a fermare o contenere la volontà colonizzatrice dell'uomo.
Ad un tale stato di cose, tutte basate sul profitto, solo una corrente di pensiero può opporsi con efficacia. La volontà di distruggere colonizzando o sfruttando si può combattere solo con una volontà opposta: quella di conservare. Nessuna convinzione utilitaristica potrà mai prendere il posto a quella esigenza interiore e morale di conservarci qualcosa che amiamo perché sentiamo intimamente nostro come l'angolo preferito dalla nostra casa. Fino a che non ci convinceremo che conservare un luogo o un territorio è come far sì che gli estranei rispettino le nostre proprietà materiali (chi non si ribella a chi ci imbratta la casa o l'automobile?), non otterremo nessuna legge, nessun provvedimento duraturo a difesa dell'ambiente: accetteremo sempre compromessi, compromessi che considereremmo assolutamente inaccettabili se dovessero riguardare le nostre proprietà materiali. E questo non è giusto. Vuol dire che non abbiamo ancora raggiunto una coscienza sociale che ci faccia sentire nostro ciò che è di tutti. Ovverosia, continueremo a considerare ciò che è di tutti come se non fosse di nessuno o comunque mai nostro.
E' per questi motivi che piuttosto che vincoli seri e duraturi continuiamo ogni giorno a chiedere alle forze politiche la istituzione di nuovi Parchi ed aree protette solo per la soddisfazione di stampigliare queste definizioni su aree circoscritte cartograficamente ma che ben poco hanno di Parco o di Riserva della e per la natura, accettando labili vincoli pur di ottenere quelle semplici espressioni geografiche che, appunto, sono divenuti i Parchi italiani, siano essi nazionali o regionali. La 'Parcomania' affibiataci dai cacciatori esiste, non è una definizione per deridere il movimento ambientalista!
I Parchi Regionali istituiti negli ultimi anni, e così le molte Riserve Naturali regionali e statali, nonché i Parchi Nazionali progettati, sono basati su vincoli così poco vincolanti che al di là del solito scontato ed a volte inutile divieto di caccia, ben poco difendono dei patrimoni ambientali delimitati quali 'aree protette'.
Corriamo il rischio che come già in passato è avvenuto per tutti i Parchi nazionali esistenti, si vengano a perdere i valori ambientali e paesaggistici migliori proprio dopo che essi sono o saranno stati, teoricamente, sottoposti a tutela! Pensiamo quali grandi aree di natura selvaggia erano il Gran Paradiso o l'Abruzzo o lo Stelvio all'atto della loro designazione in Parchi Nazionali: 60.000, 30.000 e 70.000 ettari di Wilderness! Ora di quella Wilderness è rimasta ben poca cosa.
Oggi, quali Parchi o altre Riserve garantiscono che nessuna opera stradale o rifugio (per non parlare di peggio!) venga realizzata nei loro confini dopo la data della loro designazione? Pochi, se non nessuno in senso rigido.
Ecco quindi la necessità di una nuova corrente di pensiero conservazionistica in merito a ciò. Una corrente che scopra e faccia proprio il Wilderness Concept. Non è una 'Parcomania'. Bensì una scelta oggettiva dei luoghi meritevoli di vera tutela, da scindere da quelli di scarso valore ambientale o, peggio, con valori solo socio-economici per i quali possono anche andar bene gli pseudo vincoli di oggi. Una scelta, quindi, non tanto dei luoghi da tutelare per essere sfruttati quanto dei luoghi da conservare veramente, per necessità biologiche e psicologiche; da difendere come difendiamo i nostri giardini, per abbellire i quali spendiamo danaro al solo fine indiscusso di crearci qualcosa di bello da guardare e da godere. Solo prendendo atto e coscienza di un tale assioma potremo batterci al fine di ottenere anche da noi delle norme vincolistiche ispirate al Concetto di Wilderness, norme da applicarsi nell'ambito di tutte le aree protette esistenti e da prevedersi in quelle di futura istituzione, almeno a difesa delle ultime aree selvagge rimaste nel territorio italiano. E solo così potremo considerare la loro difesa nostro diritto indiscutibile, al pari del diritto alla difesa della nostra casa, delle nostre proprietà fondiarie, dei nostri beni materiali in genere.
Forever wild può significare anche per sempre nostro!”.
John Muir in una lettera al fratello scrisse: “Vendimi 20 ettari del prato vicino al lago e tienilo recintato in modo che non vi possa penetrare il bestiame.... voglio che resti incalpestato per la salvezza delle felci e dei fiori e, anche se non potrò rivederlo mai più, la bellezza dei suoi gigli e delle sue orchidee sarà tanto presente alla mia mente che ne gioirò soltanto immaginandomeli”.
La nostra mente ormai atrofizzata in uno stile di vita artificiale, illusorio e superficiale, non ci consente di poter concepire, anche per un solo istante, l’esistenza di una natura che non sia stata manipolata e trasformata dall’uomo. Il nostro pensiero di uomini “civili” non include più qualcosa che non sia umano o per lo meno umanizzato. Ecco perché apprezziamo solo le cose che evidenziano in qualche modo una “presenza” umana, anche minima, ma sempre umana (un sentiero selvaggio, non battuto e non marcato, viene considerato “abbandonato”, impraticabile, non confortevole). Tutto deve essere sempre sottomesso in qualche modo all’operato dell’uomo. Si spera che le ultime aree della terra che ancora sono immuni dal “morbo” umano, rimangano tali per sempre.
“Quello che ho cercato di dire è che la conservazione del mondo è nella natura selvaggia... La via è fatta di spazi selvaggi. La cosa più viva e la più selvaggia. Non ancora sottomessa all’uomo, la sua presenza la rinvogorisce.... Quando voglio ri-crearmi, cerco il bosco più intricato, più fitto e più esteso e, per l’abitante della città, il più tetro e paludoso. Vi entro come in un luogo sacro, un Sanctum sanctorum. Lì è la forza, il midollo, della Natura. In breve, tutte le cose buone sono selvagge e libere” ( H.D. Thoreau).
John Mitchell in un suo articolo (1998) ci ricorda, a conferma di quanto detto pocànzi che: “Quando si parla di wilderness non si intende esclusivamente un luogo fisico, e neppure un sistema di gestione...... Wilderness è anche uno stato mentale. Un’idea a un tempo inafferrabile e terrena: personale quanto il rischio, la libertà, la solitudine e il riposo spirituale; concreta quanto la terra vivente e le acque che ne disegnano il profilo”.  Aggiunge poi, citando un suo interlocutore Charles Little che: “La terra è una comunità, insegnava Leopold. Le sue acque, il suolo, le piante, gli animali, compongono un insieme armonico non per il nostro beneficio, bensì per il loro”.
E’ bene completare ed integrare il discorso con le parole del già più volte citato Aldo Leopold, cui si deve la designazione della prima Wilderness Area del mondo, ed universalmente noto per i suoi trattati sull’”Etica della Terra”. Dall’opera A Sand County Almanac (1949/1968, traduzione di F. Zunino): “La Wilderness è il materiale grezzo dal quale l’uomo ha manipolato il manufatto chiamato civiltà.
La Wilderness non è mai stata un materiale grezzo omogeneo. Era molto varia e i manufatti risultati sono, pertanto, molto differenti. Queste differenze nel prodotto finale noi le conosciamo come culture. La ricca diversità nella selvatichezza delle quali hanno preso vita.
Per la prima volta nella storia della specie umana, due cambiamenti sono incombenti. Uno è l’esaurirsi della Wilderness nella porzione del globo più abitata. L’altro è l’ibridazione delle culture del mondo attraverso i moderni mezzi di trasporto e l’industrializzazione. Nessuno dei due può essere prevenuto; o forse potrebbe anche esserlo, visto che, da alcuni insignificanti miglioramenti dei cambiamenti che incombono, certi valori possono essere preservati prima che siano persi.
Per il fabbro accaldato nel lavoro, il ferro sulla sua incudine è un avversario da conquistare. Così era la Wilderness, un avversario per i pionieri. Ma per il fabbro in riposo, capace per un momento di gettare uno sguardo filosofico nel suo mondo, lo stesso ferro grezzo è qualcosa da amare e custodire, perché dà determinazione e significato alla sua vita. Questo significa la preservazione di alcuni rimasugli di Wilderness come pezzi di museo, per il piacere di quelli che potrebbero un giorno desiderare vederli, viverli, o studiarvi le origini della loro eredità culturale”.

Pur se alcuni passi sono una ripetizione di quanto scritto sulla wilderness, riportiamo alcuni punti (punto 1 e 2) del documento programmatico dell'Associazione Italiana per la Wilderness, affinché si focalizzi ancora meglio l'importanza di alcuni aspetti di questa reale visione della conservazione della natura.

Punto 1 - Wilderness come sentimento
Come ogni bellezza, anche la natura nella vastità dei suoi molteplici aspetti fisici e delle sue manifestazioni prima di destare in noi interessi d'ordine scientifico o culturale o soddisfare esigenze ricreative, desta emotività. Negarlo sarebbe sciocco; ognuno di noi con la riflessione può riuscire a risalire a questa prima emozione di scoperta del mondo naturale. Tutto il resto dei nostri interessi è venuto dopo, con l'acculturamento. La natura è pertanto in primo luogo un patrimonio spirituale per l'uomo, e i complessi ambientali più intatti e quindi più belli secondo un metro di giudizio naturalistico, sono le cattedrali o i santuari di questa spiritualità.
Nella società moderna si può essere malati dello spirito così tanto quanto nel corpo, e in questi caso il contatto con la natura, il vivere nella natura in modo equilibrato divenendo membri partecipi della sua comunità ritrovando ancestrali rapporti con essa, può essere un modo, e sicuramente lo è per molti individui, di ritrovare stat d'animo che ci migliorano e che migliorano il nostro vivere civile con gli altri, la nostra etica sociale; è quindi un modo per migliorare la società in cui viviamo. La natura diventa in questo caso una componente indispensabile della nostra esperienza di vita. Questo è il sentimento che gli anglosassoni hanno strettamente legato all'esperienza di "Wilderness".
Di fronte ad un bosco distrutto, ad una montagna deturpata, a qualsiasi modificazione di stati paesaggistici che amiamo o che abbiamo amato, sentiamo dentro di noi un moto di rivolta spontaneo, che è la nostra prima reazione a questi misfatti. Tutti gli altri motivi, sociali, culturali, ricreativi, scientifici ed anche economici, li elenchiamo dopo, col ragionamento. Ancora una volta notiamo, quindi, come sia il valore spirituale a destare il nostro primo e più sentito interesse. nonostante questo, la tendenza comune è di porre questi altri motivi al primo posto dei nostri interessi, e di farne le motivazioni per cui vogliamo proteggere la natura; giungiamo in pratica a negare anche a noi stessi l'emotività che abbiamo dentro e che è il primo motivo di rivolta e pertanto il vero primo motivo per cui dobbiamo batterci per tutelare il patrimonio naturale (e questo vale anche per le opere artistiche, il cui valore sentimentale è sempre superiore a quello venale): la vista stessa senza questi sentimenti non avrebbe senso o sarebbe ben sterile e fredda.
In definitiva, bisogna proteggere la natura perché è bella, perché ci piace e ci procura emozioni, e soprattutto perché ha diritto di esistere. Chi capisce questo sentimento ha capito la filosofia Wilderness. Legare questa idea ai soli spazi selvaggi è limitativo: i grandi spazi selvaggi sono solo i luoghi migliori, tra i massimi per bellezza e ricchezza naturalistica, dove garantire i diritti della natura e dove la nostra emotività nei rapporti con essa si manifesta maggiormente.
I bisogni spirituali dell'uomo legati alla natura sono in aumento, ma sia il capitalismo che il consumismo si fondano su una società materialistica che tende ad ignorare questa esigenza umana e che sta distruggendo o quanto meno assoggettando ogni fenomeno naturale alle sue necessita tecnologiche ed economiche; se c'è una possibilità di fermare questa evolution, non è nel rivoluzionamento dei sistemi sociali, ma nell'esaltare e far progredire i valori dei sentimenti umani, perché è in essi l'unica forza capaci di resisterle e di condizionarla.
Le motivazione interiori sono tra l'altro le uniche che non potranno mai essere assoggettate alla volubilità degli uomini politici e degli amministratori del territorio. Anche nei momenti più critici della vita sociale sarà più difficile derogare alla necessità di salvaguardare una poco di natura; anche di fronte a gravi esigenze contingenti ci si potrà opporre, nel limiti dell'umano, alla distruzione della natura. Una tale forza non ha nessuna delle motivazioni materialistiche.

Punto 2 - Wilderness come maggiore rispetto della natura
Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e di solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, almeno in alcune aree, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarle sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengano evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima ancora del nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso:
Invece la maggioranza di coloro che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa, raramente si pongono problemi di rinunzia ai propri piaceri per rispetto delle sue esigenze. Di solito, ogni organizzazione, ogni gruppo di interesse, tenta di porre dei limiti ad altri organismi o gruppi di persone la cui libertà di azione minacci le proprie esigenze. Si guarda quasi sempre agli altri, prima di fare autocritica e cominciate a vedere cosa vada limitato delle proprie attività. L'esempio più lampante è la rivalità tra naturalisti e cacciatori. I primi vorrebbero abolire del tutto la caccia, vista come attività rivale ai loro interessi, ma quasi mai si pongono problemi di limitazione alla loro attività di osservazione, studio o ricreazione pur dannose come la caccia in certe situazioni. I secondi, dal canto loro, sono sempre pronti a prendersela col turismo o con gli inquinatori, ma evitano di porre limiti al terribile impatto che la loro categoria infligge alle popolazione faunistiche. Ogni categoria di fruitori della natura cerca in buona fine da una lato di limitare la libertà delle altre antagoniste, e dall'altro di scegliere delle alternative che diano solo la parvenza di limitazioni alle proprie attività, trovando sempre motivazioni sufficienti per giustificare il proprio "diritto all'ambiente" e negare quello degli altri.
In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori cattivi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura. L'"Etica della Terra", o l'etica ambientale, di Aldo Leopold, è in fondo anche questo.
"C'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che se ne trae attraverso l'utilizzo". E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande mggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore. Una politica di "carryng capacity", cioè di un uso razionale ed equilibrato non solo delle risorse ma anche dell'ambiente come luogo di ricreazione, e nel primario rispetto delle esigenze della natura.......
L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sé, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il "diritto" della sua presenza……”

Prima di concludere e passare ad illustrare alcune notizie pratiche si vuole fare un ultima riflessione.
E’ stato ampiamente esposto precedentemente l’alto e lodevole significato della filosofia Wilderness per la conservazione di un territorio selvaggio ed abbiamo visto che un area sottoposta a quel principio rappresenta, nella sua attuazione pratica, una forma concreta e reale di protezione/conservazione che si esprime al massimo grado a cui oggi si possa arrivare.
Quello che invece si vuole  portare bene alla luce (anche se Zunino ne ha già abbondantemente parlato) è il fatto che il Concetto di Wilderness, abbia nel suo seno, un aspetto fondamentale molto importante, sia per gli effetti che proietta su una eccellente protezione della natura, ma anche un principio tanto caro all’Ecologia profonda: “il valore in sé della natura”. Riportiamo nuovamente quanto detto da Zunino all’inizio del documento: “La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso" (Franco Zunino).
Il valore in sé della natura è un atteggiamento tra i più profondi che si possono elaborare. Si va oltre il fine antropocentrico ed utilitaristico della natura e si riconosce che il suo esistere prescinde da quello dell’uomo. Certo l’uomo, soprattutto negli ambienti selvaggi, può trovare il massimo godimento, soprattutto spirituale, di vivere una natura vera e può gioire sapendo che si tratta di un’area tutelata con il più alto valore possibile oggi auspicabile (si ricorda, come detto, il Wilderness Act americano che nel lontano 1964 ha sancito un punto di svolta epocale per una vera tutela dei territori naturali).
Questo pone, come detto, il concetto di wilderness al di fuori di ogni logica utilitaristica della natura e, come sappiamo, imprime alla conservazione reale di un territorio un valore che non ammette compromessi, cioè tutelare un ambiente, ma non permettendo, o al massimo ridurre al minimo, molte attività umane che alla fine snaturano, almeno in buona parte, gli effetti iniziali dell’atto protettivo (la politica dei parchi in Italia ne è un esempio). Il concetto di Wilderness, guarda in primis agli interessi della natura e, successivamente - ma in forma completamente diversa rispetto a quello che molti credono sia buono per l’ambiente - a “vantaggi” anche per l’uomo, ma questi vantaggi sono per lo più di carattere spirituali e molto poco materiali.
Le aree wilderness non sono riserve integrali nelle quali non è possibile accedere, ma l’etica della wilderness ci dice di farlo “in punta di piedi”, perché occorre ricordare che in un’area selvaggia è sempre la natura ad essere “padrona” e protagonista. L’uomo deve sapersi tirare indietro al minimo cenno di disturbo o di alterazione. Scrisse un indiano Piedineri: ”Un uomo non dovrebbe mai camminare con tanto impeto da lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare”.
Il riconoscimento del valore in sé della natura, porta ad approdare ad un altro concetto fondamentale che stravolge tutte le posizioni che l’uomo ha sempre avuto nei riguardi della natura (e non solo): l’ecocentrismo!! Si abbandona la centralità dell’uomo (antropocentrismo), e questo porterà ad una vera rivoluzione di tutti gli atteggiamenti mentali e materiali che si esprimono. E, fatto questo passo si arriva direttamente alla concezione dell’olismo, l’unità del tutto, una visione che pone sullo stesso livello ogni elemento di madre terra (animato e non): “Non si può toccare un fiore senza disturbare una stella” (G. Bateson). 
Dice Hargrove “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto…..” e conclude “….la Wilderness è oggi simbolo universale di un territorio selvaggio non manomesso dalla mano dell’uomo in cui la natura, libera di rappresentarsi, si manifesta in tutto il suo splendore”.

Dedicato……. ad una Wilderness che conservi per sempre gli ultimi territori selvaggi stando esclusivamente dalla parte della natura, grazie ad una sua visione, olistica, ecocentrica, profonda e che riconosce, nel suo massimo significato, il valore in sé della natura tutta”.

Dopo questa lunga dissertazione vediamo ora di riassumere le finalità generali della filosofia wilderness e di accennare ad alcune applicazioni pratiche della stessa.

Le finalità
1 - Per una nuova filosofia che consideri la natura un valore spirituale per l’uomo, che esalti il suo valore morale e di bellezza e l’emotività che essa suscita nell’animo umano; affinché sia maggiore il suo rispetto e più sicuri e duraturi i vincoli presi a sua tutela.
2 - Per un più giusto rapporto tra l’uomo e la natura ed un uso equilibrato dell’ambiente anche se a fini ricreativi e di godimento nel primario rispetto delle sue esigenze: affinché sia effettivamente possibile tramandare di generazione in generazione sempre uguali i nostri patrimoni ambientali.
3 - Per il mantenimento della assoluta integrità territoriale e paesaggistica delle aree naturali più selvagge, dentro e fuori le aree già protette; affinché pur nel rispetto di tradizionali utilizzi delle risorse naturali e recupero di valori culturali, esse si conservino per sempre inalterate.
4 - Per l’approvazione da parte degli organi legislativi ed altri organismi che gestiscono il territorio, di leggi e provvedimenti speciali che tutelino i valori della natura selvaggia; affinché sia garantita per sempre e per principio la intangibilità delle aree naturali più selvagge e vi sia proibita ogni forma di motorizzazione ed antropizzazione.
5 - Per un controllo e una supervisione morale a favore della natura sulle attività di gestione degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi della natura non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.
6 - Per il riconoscimento legittimo di un diritto di proprietà morale sulle bellezze naturali a prescindere dalla proprietà catastale dei suoli; affinché ogni valore della natura non sia più considerato solo in un’ottica economica con la conseguente negazione del valore estetico e spirituale che lo stesso bene possiede.

La nascita concreta della wilderness
Scaturita in America nel secolo scorso e diffusasi soprattutto in questo secolo, fino ad allargarsi al resto del mondo, la filosofia Wilderness ritiene, come abbiamo appena visto, che la natura vada conservata in quanto valore in sé, e considera questo valore un patrimonio spirituale per l’uomo per ciò che esso esprime, a livello interiore, in ogni individuo.
Il Concetto di Wilderness ha invece soprattutto una profonda implicazione protezionistica, significando un vincolo duraturo nel tempo con il massimo di garanzie che la società possa dare. Codificato in USA in una legge speciale, esso ha permesso di designare quelle zone protette note come “Aree Wilderness” che hanno l’eguale nella vasta gamma di Parchi ed altre Riserve analoghe per la difesa della natura. Esse hanno lo scopo di preservare gli angoli più selvaggi della Terra nel loro stato più primitivo, e per questo rappresentano un fatto di insuperabile qualità nella politica di tutela del territorio; ciò non solo per garantire la sopravvivenza della fauna e ella flora nei loro stati originari o il più vicino possibile a tali stati, ma per permettere anche all’uomo di goderne in una natura incontaminata, e soprattutto di goderne in equilibrio ed in armonia.

The Wilderness Act
1964 - Il 3 settembre 1964 il Congresso americano approva, dopo vent’anni di discussioni e revisioni dei testi, il Wilderness Act (legge per le zone selvagge), la prima legge mondiale che riconosce, definisce e tutela il valore della Wilderness, designando contemporaneamente una lunga serie di tale aree. E’ la legge più rigida in materia di difesa ambientale mai approvata da un governo, e tuttora mai eguagliata. La difesa del valore Wilderness è anteposta ad ogni altra esigenza; i territori così protetti, completamente selvaggi e privi di strade, vengono sottratti per sempre ad ogni manipolazione e riservati esclusivamente al libero sviluppo delle forze naturali. L’uomo può però visitarle quale membro partecipe della comunità vivente, ovverosia in modo equilibrato, senza interferenze o forme di usura ambientale.
1980 - Con un’altra legge destinata a restare come pietra miliare nella storia del conservazionismo mondiale, il Congresso americano designa in un colpo solo 40 milioni di ettari di nuovi territori protetti nello Stato di Alaska, dei quali circa la metà immediatamente classificati Wilderness e sottoposti ala rigida legge del 1964.
E’ sintomatico notare come questa legge rigidissima sia anche un esempio unico di sinteticità e chiarezza legislativa: si è codificata la migliore forma di protezione ambientale con soli 35 articoli pari a 12 pagine dattiloscritte!
Attualmente sono sottoposti ai vincoli del Wilderness Act  più di 500 aree per un totale di oltre 40  milioni di ettari.
“Tuttavia,  - annota J. Mitchell (1998) - nei posti che sono riuscito a visitare, ho osservato e sentito abbastanza da poter affermare che dopo quasi 35 anni il National Wilderness Preservetion System regge ancora piuttosto bene. Non che manchino i problemi. Così come le foreste, i parchi e i rifugi nazionali che le racchiudono, anche le riserve integrali sono esposte ad insidie: l’uso improprio, l’abuso vero e proprio, e poi l’insufficienza di fondi, l’erosione dei sentieri, le specie esotiche invasive, i battibecchi politici e gli interessi locali contrari all’intervento normativo del governo. Sinora, però, nella maggior parte dei casi, sulle difficoltà ha prevalso l’ingegno.
Fra tutte le questioni che assillano i responsabili, forse nessuna richiede un tale dispendio di soldi e di tempo quanto l’impatto dei visitatori sui sentieri e sui campeggi. Negli ultimi trent’anni, l’uso ricreativo delle wilderness areas si è moltiplicato di sette volte rispetto al passato....”. 

La wilderness nel mondo
Il concetto della difesa delle ultime grandi aree selvagge della terra dagli Stati Uniti si allarga al resto del mondo, ed in particolare ai paesi di origine anglosassone. Allo stato attuale le nazioni che vantano una specifica legge sulle aree Wilderness sono: Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Kenia, Finlandia.

“Non sarò più giovane, ma ne sono felice se non c’è un paese selvaggio in cui esserlo. A che serve tutta la libertà del mondo senza un punto vuoto sulla mappa?” (Aldo Leopold).

“Se tu conoscessi i territori più selvaggi come conosci l’amore, non vorresti mai separartene. E’ del corpo dell’essere amato che parliamo, non di proprietà terriere” (Terry Tempest Williams).

“La rivalutazione della natura selvaggia è una delle più straordinarie rivoluzioni intellettuali nella storia del pensiero umano riguardo all’atteggiamento verso la terra... Da inferno terrestre, la wilderness è diventata un rifugio di quiete dove i visitatori possono avvicinarsi, felici, alla dimensione divina sull’onda delle parole dell’ambientalista John Muir e delle melodie di John Denver... “ (Roderik Nash).

“Noi esseri umani dobbiamo tornare a una comprensione della terra e dell’aria nel senso morale del termine. Dobbiamo vivere in armonia con un’etica della terra. E’ l’unica alternativa possibile a morire” (N. Scott Momaday, Kiowa - in AA. VV., 1995).

“Io nacqui nella prateria dove il vento soffiava liberamente e dove non c’era nulla a bloccare la luce del sole. Io nacqui dove non c’erano recinti e dove ogni cosa respirava liberamente.
Io voglio morire là, e non dentro questi muri” (Dieci Orsi, Comanche Yanmparika - in AA. VV., 1995).

“La Wilderness non è mai stata così importante quanto oggi. Ma non così importante oggi quanto lo sarà domani”(Vance G. Martin).

“Che qualcuno mi mostri un luogo la cui vista risulti insopportabile a qualsiasi civiltà”  (Henry D. Thoreau).

"La salvaguardia del mondo naturalen è riposta nel suo stato di wilderness" (Henry D. Thoreau).

"La Wilderness è molto più di laghi, fiumi e boschi lungo le rive, molto più del pescare o del campeggiare. Essa è il senso di primitivo, dello spazio, della solitudine, del silenzio e dell'eterno mistero" (Sigurd Olson).

“La risposta a qualsiasi domanda la troverai sempre nella natura selvaggia” 
(Mario Spinetti).

"La natura sarà salvata solo se l'uomo le manifesterà un po' d'amore semplicemente perché è bella, e perché noi abbiamo bisogno di bellezza, qualunque sia la forma a cui siamo sensibili a seconda della nostra cultura e della nostra formazione intellettuale. Perché questa sensibilità è la migliore e la più integra espressione dello spirito umano" (Jean Dorst).

“La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo” (Franco Zunino).

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita” (Franco Zunino).

giovedì 20 settembre 2018

This website, Wilderness in English language




For a deep wilderness




"There is only one hope of rejecting the tyrannical ambition of civilization to conquer every place on earth. This hope is the organization of the people most sensitive to the values ​​of the spirit, so that they fight for the free continuity of the wild nature "(Robert Marshall)

"Like the winds and sunsets, the wild life was considered safe until the so-called progress began to take it away. Now we face the problem of whether an even higher standard of living is worth its frightening cost in all that is natural, free and wild "(A. Leopold)

"The battle for nature conservation will continue indefinitely,
because it is part of the universal battle between right and wrong "(J. Muir)

"Nature must be respected and safeguarded for its value in itself. It is the man who must adapt to his needs and not vice versa. If it is possible, we must ensure that the savage world lives in its free continuity and pride, that freedom and that pride that man, a prisoner and a slave of his own conventions, perhaps unconsciously envies "


In this document we want to highlight the deepest part of the Wilderness Concept or the value in itself that recognizes the elements of nature. We therefore amend the aspects of surface ecology, filled with anthropocentrism, to which the various wilderness movements (including the Italian one) very often land. In fact, Franco Zunino, practically the Italian "father" of this movement, with a typically "Western" thought, writes: "In my opinion we cannot ignore man. Like it or not, man is at the center of the world and it will never be possible to avoid it. And since we are men with consciousness and intelligence, it is inevitable that whatever we do, we always do it for man. So nature conservation is nothing but a reaction to the part of the man who is destroying it. But even those who want to defend it always want to do it for men. It is almost pleonastic to say that it must be preserved in itself and that in doing so it will still be useful to man, because in reality, for those of us who love it, we do it, whether for material, scientific or spiritual purposes. And then we don't try to deny a reality that maybe we don't like but that is such, in the illusion of a nature that lives by itself (but that certainly doesn't appreciate itself!). If man were not there, nature itself would not make sense. I am happy to know that the nature of the Island of Papua exists in its own right, but it is in itself a satisfying and satisfying man. So it is always for the man that we desire the preservation of places that we will never see in our life, but that as long as we live we are glad to know that they exist. It is a difficult concept to explain, but in the end man always returns. Otherwise, before we oppose the destruction of the nature of this planet of ours we should do it to prevent man from discovering others, which certainly exist and live by themselves. But does it make sense to think so? Will we ever be able to satisfy the idea of ​​a natural world that lives by itself but that we don't even know if it exists ?! I do not think so. To be satisfied we must know that it exists, and the moment we know it exists, here is that man returns to the center, to that navel that deep ecology would deny ”. The same Zunino, in another step of his thought, seems to be defeated alone, when he says: "the protection of a natural territory can certainly have many roles, many aims, but I believe that only one should be the purpose for which it is should implement: preserve the territory as an end in itself " . And then again: " .... Who feels the desire for a different relationship with the environment, more tied to inner needs of beauty and solitude, of reflection, of enjoyment of the beauty, moments of life and the evolution of nature, the more easily you will understand the need for greater respect, you will understand that the rights of nature, must have the first place and that man must visit it always ready to pull back as soon as they become evident signs of the change that its presence causes, ranging from environmental degradation to fauna disturbance, to the loss of certain states of peace and solitude (which are a right of the fauna before ours); therefore also ready to renounce nature when it is the case " .

Continuing with Dalla Casa he replies to Zunino saying that "I was quite surprised to find that the wilderness philosophy, according to Zunino's view, is completely anthropocentric.
The wilderness areas would be preserved in a completely natural state, but for the spiritual regeneration of man and not for a value in itself or for their intrinsic spirituality. In essence the wilderness philosophy adapts to the principles of surface ecology and current thought, except for the (commendable) fact of asking for a completely different management of natural-wild protected areas, which however remain islands in a sea of ​​"progress" ".
The statement that seems to me to be really untenable is that deep ecology would be "materialistic" and wilderness philosophy would have more "spiritual" aspects instead. Indeed:
- the wilderness philosophy, as exposed by Zunino, sees the spiritual-psychic-mental part only in man: the wilderness areas must be preserved, but for the spiritual improvement of man;
- deep ecology sees a profoundly mental-psychic-spiritual aspect in all natural entities and in their relationships. He sees our species as an interrelated component in these relationships and therefore also endowed with profound spiritual value as an inseparable part of this Nature, of this Soul of the world.
How do you say that deep ecology is more "materialistic" than wilderness philosophy? It seems to me just the opposite. In wilderness philosophy the spirit is the prerogative of a single species, in deep ecology it is everywhere.
Furthermore, in my opinion the concept of "primitive" is meaningless. It seems to me instead that Zunino substantially follows the current ideas that bring the current industrial civilization to the vertex of the so-called "progress": at most it asks for some corrections. I understand that he considers "Christianity", clearly intended as the current Jewish-Christian tradition, as a "progress" with respect to the animist-pantheistic visions of many other human cultures.
The Judeo-Christian-Islamic vision, on the other hand, is only the fruit of deep splits, irreconcilable dualisms between God and the world, spirit and matter, man and nature. It becomes so easy to switch to pure materialism, just remove one of the two terms, already well separated. There is no "superiority". It is perhaps superfluous to add that this vision has practically nothing in the teaching of Christ, of which we know almost nothing. There remains only the impression that this teaching very much refers to "the compassionate love towards all sentient beings" of Mahayana Buddhism.
As a detail, there are about a hundred fossil species intermediate with other Primates, from the Australopithecines to the Neanderthals and then to Homo sapiens. I would like to know which way these sentient beings are placed by those who support human-animal rifts.
And then I add, we are not talking about two contrasts between wilderness philosophy and deep ecology. The one is inherent in the other and, above all the deep ecology, contains a universal vision that includes all our positive perspective of things. Finally, it is a serious mistake to frame the importance of wilderness philosophy in a merely anthropocentric view (it would be more logical and significant to give it an ecocentric and holistic peculiarity) ”.

Instead, it is necessary to strongly reaffirm the concept of the value of nature itself so that an intimate bond can emerge between the concept of classic Wilderness and deep Ecology, which brings with it a new environmental ethic integrated by the Manifesto for the earth ; all this produces fundamental elements that universalize the concepts of conservation and therefore of all ecological thought. It is not enough, in fact, to commit oneself (even though it is obviously already a laudable act) to the protection of territories (wilderness and otherwise), but it is also necessary to set a new form of thought so that the protection of nature becomes one with the everyday existence. Extinguish the dualism and embrace the holistic and bioregional vision of the whole. In this way the concept of Wilderness purged by the marked refluxes of surface ecology that, as we have mentioned, too often belong to it, will export principles not only of direct and real protection of wild areas, but also of thought.
This is a fundamental point since to think of preserving a place as wild as possible without even going to affect a new conception of the world, is certainly an important fact, concrete and commendable, but it has at the base of the feet of clay, as it stops at a Short-sighted vision aimed at a single "superficial" conservative element, in a future projection it will inexorably be engulfed by a system of thought that is firm to the centrality of man and always to the exploitation of nature, in all the senses that this conception intends. In fact, seeing the Wilderness as a function of man, even if in a predominantly spiritual form, is also a true form of utilitarian "use" of nature. In this case it is less serious, since it is a utilitarianism aimed at extolling fundamentally the spiritual aspects that man takes in living the Wilderness (even if there is no lack of material ones), but he has a "cancer" inside him, since he poses the question in sense of protecting a territory for yet another human benefit. It is true that the classic view of the wilderness recognizes the value of a territory in itself, but this comes to life only if the man can "benefit" in some way. Let us remember instead the fundamental precept that says "nature must be safeguarded for its value in itself and not for our material, spiritual or ethical interest" ; then, at this point and with this vision, if man too will find a benefit, it is welcome, indeed it is desirable, but this must be exclusively a reflection, not the purpose of that "rescue". It is necessary to understand that if the utilitarian mindset is not changed, the free unfolding of nature will never find space, because it will always be"held back" by the direct interests of man. And without a holistic, ecocentric and universal vision, in the future everything will be shipwrecked in the total destruction of mother earth, since having first been totally possessed by man, it is consequently destroyed. No one doubts that the "original" man saw in nature almost exclusively elements of his utility, but in this case we speak of "survival" and, like the rest of life on earth, "exploited" what he found available , but he never succeeded in destroying what was his bread. But the man we are talking about is a man who has developed an excessive, I would even say, only way of exploitation / utilization of natural resources that, having gone beyond the purposes of subsistence, has arrived at "economic" interests and is annihilating everything, just because by now he sees in nature an immense "cofferau of a bank" to which "to steal" as much as I can not, all the money that he finds there.
"When it comes to the ecology and protection of nature, dealing with 'visions of the world' seems more abstract, or less practical, than giving advice on waste disposal or forest conservation, but it is only because we talk about 'visions of the world 'has much longer term effects. However, these are aspects that touch behavior and attitudes much more deeply, compared to the more immediate practical advice of petty ecology ” (G. Dalla Casa).
It is certainly true that wanting to change the forma mentis, moving it from the current human-centered vision towards a centered-on-Earth, is not an easy and immediate thing, but to develop this renewed vision (renewed as it was at the origin of the times. lived) is fundamental because over time, albeit long, if established, it will arrive at universal, unique and essential results. "Man is an outdated philosophical phenomenon. The universe is far too vast for only man to dwell there ” (HD Thoreau) and, quoting J. Muir “ Nature has many other purposes, certainly not the interests of men ” or “ “La Nature may have destined the fertile land for other purposes than for the nourishment of human beings ".

From the House, recalling the figure of Arne Naess, he writes in this regard: “In reality, as a fundamental philosophy and behavior, the deep ecology was well known to the Hopi or Lakota shamans, to other native cultures or to some philosophies of Asian origin , but Naess was the first to define it in Western scientific-philosophical terms. In that article that became famous, Naess distinguished between a "superficial" ecology, which fights for the conservation of nature, which however remains a resource at the service of man, and a "deep" ecology, which supports the intrinsic value of natural realities. If all that exists is interrelated, that is, if "everything depends on everything", the human being is no longer separated from the natural world but is only a part of it, which interacts with the others and towards which it must assume an empathic attitude.
The great merit of deep ecology is that of shifting consciousness from centered to human to centered on Earth. Naess defined the superficial ecology movement, much more widespread than that of deep ecology, as "the battle against pollution and resource depletion, which will make humans move towards the so-called developed nations". The surface approach takes faith in technological optimism, economic growth, science-based exploitation and the continuation of current industrial societies for granted. Naess expresses himself as follows: "The supporters of surface ecology think they can change human relationships with Nature within the structure of the society that exists today".
"The major driving force behind the Deep Ecology movement - writes Naess - compared to the rest of the environmental movement, is identification and solidarity with all of Life". The primacy of the natural world is considered "an intuition" and not a philosophical or logical derivative. In principle, every living being has the right to a life that is free, autonomous and dignified. For Naess, individual organisms, ecosystems, mountains, rivers and the Earth itself must be included among sentient beings.
Rachel Carson's book "Silent Spring" (1962) impressed him deeply. Living beings, Arne Naess thought, have a value in themselves. Like the birds of the increasingly silent American countryside, they need to be protected from the intrusiveness of billions of humans. We must seek a new ecological harmony among the living beings that inhabit the planet Earth. This renewed equilibrium passes on a theoretical level through the renunciation of any form of anthropocentrism: the right to life of every living being is absolute and does not depend on the greater or less closeness to our species. On a practical level the new ecological balance passes through the reduction of the human population, the use of technologies with low environmental impact and the lack of human interference in many ecosystems ......
Finally, the meaning of Naess's work was also that of presenting us with a path towards finding a pre-industrial, animistic and spiritual relationship with the Earth, with respect for all species and not just the human species. This is the message our time needs, that the Earth is not only a "resource" for humanity, something that must be exploited commercially.
Unfortunately the most famous characters of the ecological movement have never publicly named the deep ecology, nor talked about its great importance: it is not by chance, given that its principles would involve changes considered too drastic to society and above all to the economic system ".

"You can't touch a flower without disturbing a star" (G. Bateson).
Says Hargrove "Beauty is an intrinsic and objective character of the natural entity (which therefore is beautiful for the mere fact of existing), therefore it is released from the perception by a subject ... .." and concludes "... the Wilderness it is today a universal symbol of a wild territory not tampered by the hand of man in which nature, free to represent itself, manifests itself in all its splendor ".

DEDICATED ....... "To a Wilderness that preserves forever the last wild territories being exclusively on the side of nature, thanks to its holistic, ecocentric, profound vision that recognizes, in its maximum meaning, the value in itself of the whole nature".

"Civilization cannot ignore the wilderness,
wild and incorrupt nature! "
(John Muir)

***

But to elaborate the profound disagreement between man and nature is a far from easy task, even if we simply want to arrive at the pure awareness of the fact. It is partly like wanting to recompose a complicated puzzle made up of many unequal elements without having the guiding image in front of it. This is also due to the fact that it is necessary to eradicate a form of thought that in the last few centuries has been progressively directed towards a totalizing disjunction where mental monocultures, based on the deep groove of dualism (man on one side and nature, well distinct from the other), they have strongly entrenched themselves in a vision unilaterally turned towards the only truth and existence of the human race. A new thought, libertarian and open-minded, must therefore face a double obstacle; the first is to eradicate globalized thinking on the dominance and unilateralism of man (a thought that even in an unconscious form is now inherent in minds), the second will be to unseat the false certainties so strongly embedded to glimpse, albeit in the distance, a holistic view of the whole. How many authoritative characters with their speech and their actions have tried to carry out this enormous task, but, at least in the first instance, they have seen themselves in the difficulty of being metabolized by "mental monocultures" aimed at the exact opposite. But maybe one day what for now, in some respects, still seems distant, will be understood and practiced in total awareness and understanding. At the beginning the acute "prophets" (Aldo Leopold, John Muir, HD Thoreau, etc.) of a profound change were not understood or even completely ignored, but even if the time is now very limited, a cautious optimism on the even partial reversal of the route, could hover in the air (?!). Understanding, understanding, self-examination seem to be difficult to digest terminologies and concepts, but it is not inconceivable that they instead make their right path to arrive, in the end, to be acquired. Hope, though feeble, is always the last to die. But for the moment until the exploitation, looting and destruction of the planet earth (under all fronts) will still represent an enormous economic advantage, the way to proceed towards the right operation and vision of things will appear extremely difficult. So far, in fact, the man from his blindness has begun to see something, but only the smoking remains left behind his devastating path and will he be so wise and far-sighted to reverse course? The doubts remain many and largely unresolved. Multiple actions that now seem positive are still a small drop of water in a large ocean excessively dirty with "oil"!

"The protection of a natural territory can certainly have many roles, many aims, but I believe that only one should be the purpose for which it should be implemented: to preserve the territory as an end in itself. And to preserve it means, or should mean, to ensure that it is not deliberately altered, means to decide to remove it from the logic of development (which is the logic of profit) which is purely human.
Deciding to preserve a place is deciding to keep an ancestral animal behavior for that place, which is our origin, which is the only way we can define ourselves in equilibrium with the environment: no deer, no wolf, no bear ever has could or pretended to "develop" or "enhance" or "make produce" their own habitat. Simply for millennia they use it for what it spontaneously offers them and leaving it unchanged for other generations. Only man is the only animal species to have come out of this "circle of life" (Franco Zunino).

Wilderness

Il concetto di Wilderness una nuova esigenza di conservazione  delle aree e delle risorse naturali. “La natura selvaggia è sia ...